Empatia

Il 1999, l’inizio.

Siamo nell’estate 1999.
Esterno giorno.
Nella periferia di Bergamo, in uno di quei centri commerciali dove iniziavano a diffondersi, non così grandi come siamo abituati oggi, ma quei centri che erano una serie di costruzioni a mo di capannoni, che si entrava e usciva da una marca all’altra, elettrodomestici, mobili e così via.
Io ero appena tornato da un viaggio di lavoro, Polonia.
Stavo facendo un giretto con i miei genitori e mia sorella, non mi sentivo in splendida forma, ma incolpavo al viaggio, al caldo quindi non badavo allo strano fastidio che in quel momento avevo nell’addome.
Con il passare del tempo più che fastidio diventa dolore, fino a rendere incontrollabile lo stimolo a recarmi al più presto a una toilette, un dolore lancinante dall’interno, contrazioni addominali, sentivo dolore al colon, sì proprio quella parte inferiore sinistra della pancia.
Sudore freddo, nausea, rumori provenienti sempre da lì, Dio mio che male, inizia a prendere di sopravvento il panico e non so orientarmi i miei mi guardano preoccupati vedendo cambiare espressione del mio volto da serena e tranquilla a dolorante e in panico, cerco di orientarmi nell’ambiente che mi circonda ma, ahimè succede “l’imprevisto” (lo chiamerò così per dieci anni), non arrivo in tempo in bagno, dolore che svanisce pian piano dopo aver evacuato, ahimè che dramma, in pieno centro commerciale, disorientato da quello che mi stava succedendo e che mi è capitato, i miei frizzati dall’evento mi aiutano e lascio immaginare il viaggio di ritorno il disagio e soprattutto iniziano le diverse teorie come ad esempio, “sicuramente qualche bevanda fredda” oppure “qualcosa che non ti ha fatto bene” e altre diverse ancora ma tutte riguardanti ad alimenti che avrebbero fatto male, intanto anche in macchina sento che il dolore sta tornando, come se dovessi ancora andare in bagno, ancora il dolore si fa intenso e forte, ormai non è più fastidio, cerco di contrarre i muscoli dell’addome, dei glutei, in realtà a nulla serve perché seppur avverto il senso di evacuare per stare meglio (così sembrerebbe) ma trattenermi per arrivare a casa la cosa diventa talmente ingestibile che anche nel viaggio di ritorno mi capita “l’imprevisto” con altro disorientamento.
Arrivato a casa e sistematomi provo a riposare, poi subito le classiche cose, mangiare in bianco (non serve assolutamente a nulla), perché è estate fare attenzione a bere bevande non troppo fredde e così via, fermenti lattici, pensando a mente più serena che si tratta solo di una situazione passeggera.
In realtà questo è solo l’inizio sventurato dei futuri dieci anni da malato di malattia cronica intestinale ma, prima che questo sia capito, curato bene e finalmente recuperare la qualità della propria vita, racconterò diverse vicissitudini e con squarci di vita quotidiana di una persona che soffre di questa malattia cercando di rimanere integrato nella vita “normale” tra i “normali” di questa realtà che viviamo.

#sonoundiodorato

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